ReflexStudio

Studio fotografico Milano.
Thomas Lui + Chiara Santaterra + Kristina Vermane.
Seguiteci su FB alla pagina ReflexStudio.it
An experiment with PS! :)

An experiment with PS! :)

1° parte.
2° parte.
3° parte.
4° parte.
5° parte.
6° parte.
“Perchè?” Fu tutto quello che si continuò a ripetere Mia, nei minuti a seguire. Non c’era più. Non aveva più nulla davanti a sè. Eppure, pochi attimi prima c’era una…donna? Con le gambe piene di graffi, come lei nel sogno che aveva fatto. Ma ora era sparita, in un sorriso. In un bisbiglio. In un soffio di zeffiro dolce. Tremava. Da capo a piedi. Non era in grado di controllare il tremore che l’invase e la pervase in modo assoluto. Ricacciò ancora un volta indietro una lacrima e si costrinse a riflettere su quello che le era accaduto. Era la seconda volta che sognava nel bosco dei cento occhi. E tutte e due le volte, aveva trovato una visione di se stessa che la uccideva. La prima volta fu ancora peggio, in quanto fu lei a spingersi la lama di ferro nel petto. Fu lei a decidere, deliberatamente di prende il controllo ed il lampo di stupore degli occhi dell’altra lei, fu assimilabile ad una vittoria. Prima invece, era stata invasa dal terrore. Aveva corso a più non posso. Aveva scartato alberi, cespugli e radici. Aveva corso per mettersi al riparo da chi? Da cosa? Da un telo bianco, da cui uscivano, poi, a seconda dell’esigenza delle gambe. Delle braccia. Un volto che lasciava vedere solo il naso e la bocca, perchè tutto il resto era coperto. E che riceveva su di sè, le ferite che aveva invece avuto in sogno. Che realtà era quella del bosco dei cento occhi. Che realtà era? Trasposizione dei sogni? Cosa?Avrebbe voluto chiedere al vecchio Kelmaness, ma invece non l’aveva più accanto a sè. Non aveva più nessuno. Tranne, quella creatura che continuava a popolare gli ultimi due sogni. Provò a muovere un arto. I muscoli contratti dalla paura reclamarono. Non riuscì ad allungare la gamba, nè a muovere un braccio. Era rannicchiata su se stessa, immobilizzata dalla paura. Che fosse un altro sogno, subito pensò Mia, terrorizzata. Si morse la lingua fino a sentire il sapore ferroso del sangue in bocca. Se era un sogno, era tremendamente reale. Forse troppo. Con un respiro, si costrinse a muoversi, e questa volta le gambe le risposero. Mentre scivolava fuori dal giaciglio di fortuna, si accorse di avere fame, e di avere le membra stanche. Aspettò che il suo corpo reagisse completamente prima di mettersi a cercare qualche bacca, o un frutto. La luna, nel cielo, brillava, mentre sotto il manto delle foglie del bosco, non filtrava quasi luce. Trovò, a poca distanza una pianta di lamponi maturi, e li mangiò tranquillamente. Aspettò che i crampi allo stomaco si fossero calmati, quindi fece ritorno al suo giaciglio, che la riparava dal vento. Si raccolse su se stessa e aspettò che fece giorno. Pensò a molte cose, in tutte quelle ore. E si trovò a vagare con la memoria a qualche anno prima. Quando, Rikkons le regalò un pugnale, dicendole che le sarebbe servito, prima o poi. Da allora, lo portava sempre con sè, in uno stivale, nascosto. Eppure, anche se continuava a sentire il suo contatto conto la caviglia, non si spiegava come mai, davanti alla creatura apparsa poco prima, era rimasta immobile. Pietrificata. Forse non sentì nessuna minaccia. Eppure qualcosa doveva essere, perchè altrimenti, non si capacitava del fatto che, a diciannove anni, nel fiore della sua bellezza, nessuno l’avesse ancora voluta. Mia la Nera, la soprannominavano.Perchè?Perchè il nero doveva essere da sempre un colore che l’accompagnava, sin da bambina. E perchè, il telo di quella creatura che prima apparve, era bianco candido, lattiginoso, bellissimo e sembrava della più pura delle sete.Ricordò un evento, che la fece venire a conoscenza di quel nomignolo che l’intero paese le aveva dato.Era stato tre anni prima. Kelmaness non c’era, in casa. Era uscito, come di consueto a curare questo o quell’uomo in paese. Mia, sapeva di essere semplicemente Mia, all’epoca.Scendeva il sole, nella valle al fianco della casa di Kelm e a luce filtrava all’interno delle finestre, scaldando Mia, che si faceva vestire da questo raggio caldo. Fino all’ultimo abbraccio di sole si godette. Poi, come sempre, aveva iniziato a preparare la cena per lei ed il vecchio padre adottivo.Di schianto s’aprì la porta, e si ritrovò carponi, con una mano che l’afferrava per l’abito leggero e bianco. La tenne voltata, e la spinse contro il muro di casa. Picchiò la spalla e la testa contro la roccia. Sputò fuori l’aria in un urlo afono. L’uomo le fu addosso. La mano le scivolò a palpare un seno. Senza rendersi conto di nulla, Mia si trovò nuda. Addossata alla parete. E perse conoscenza. Si ridestò quando il maestro Kelmaness la scuoteva dolcemente per la spalla e le metteva una coperta di lana addosso. Mia si coprì istintivamente e si mise a sedere. Una fitta le percorse la testa, ed un’esplosione di argenteo dolore le attraversò la spalla. Si guardò attorno, quello che vide la sconvolse più dell’esperienza appena avuta. Un uomo giaceva a terra, privo di vita. Ma la cosa che più la sconvolse era la ferocia con cui era stato martoriato. Il suo viso, non c’era più. Le costole apparivano visibili dalla blusa che portava. Una gamba era stata scorticata, e l’altra era piegata malamente. Mia si sentì osservata. Oltre agli occhi buoni del maestro, c’era l’intero villaggio alla pota della casa. Una donna si sengò con tre dita. Un’altra dette di stomaco. Una venne meno. Gli uomini, invece, la guardavano, con un misto di desiderio e repulsione. Si rannicchiò più che potè Mia, e si coprì con la coperta di lana cruda. Una sola donna, vedendo la giubba, si mise ad urlare ed a indicarla. L’aveva ucciso, diceva. Fu solo grazie al vecchio Kelmaness, che giurò e spergiurò di aver trovato la ragazza priva di conoscenza accanto all’uomo, che non fu accusata di quel crimine, ma si diede la colpa a qualche fiera. Mia, intanto, guardava tutti quanti con occhi spaventanti. Da allora, per tutto il villaggio divenne “Mia la Nera”. Ora, come allora, non capiva il motivo di quella sua natura. Non aveva più nessuno cui rivolgere domande, ed il primo raggio di sole, si fece largo tra le vallate ed i tronchi degli alberi. Alla luce del sole, il Nero spariva, con esso, anche il terrore che attanagliava Mia. Si alzò e raccolse i suoi effetti personali, quindi si rimise in viaggio, verso il sacrificio…. 

1° parte.

2° parte.

3° parte.

4° parte.

5° parte.

6° parte.

“Perchè?” 
Fu tutto quello che si continuò a ripetere Mia, nei minuti a seguire. Non c’era più. Non aveva più nulla davanti a sè. Eppure, pochi attimi prima c’era una…donna? Con le gambe piene di graffi, come lei nel sogno che aveva fatto. Ma ora era sparita, in un sorriso. In un bisbiglio. In un soffio di zeffiro dolce.
Tremava. Da capo a piedi. Non era in grado di controllare il tremore che l’invase e la pervase in modo assoluto. Ricacciò ancora un volta indietro una lacrima e si costrinse a riflettere su quello che le era accaduto. Era la seconda volta che sognava nel bosco dei cento occhi. E tutte e due le volte, aveva trovato una visione di se stessa che la uccideva. La prima volta fu ancora peggio, in quanto fu lei a spingersi la lama di ferro nel petto. Fu lei a decidere, deliberatamente di prende il controllo ed il lampo di stupore degli occhi dell’altra lei, fu assimilabile ad una vittoria. 
Prima invece, era stata invasa dal terrore. Aveva corso a più non posso. Aveva scartato alberi, cespugli e radici. Aveva corso per mettersi al riparo da chi? Da cosa?
Da un telo bianco, da cui uscivano, poi, a seconda dell’esigenza delle gambe. Delle braccia. Un volto che lasciava vedere solo il naso e la bocca, perchè tutto il resto era coperto. E che riceveva su di sè, le ferite che aveva invece avuto in sogno. Che realtà era quella del bosco dei cento occhi. Che realtà era? Trasposizione dei sogni? Cosa?
Avrebbe voluto chiedere al vecchio Kelmaness, ma invece non l’aveva più accanto a sè. Non aveva più nessuno. Tranne, quella creatura che continuava a popolare gli ultimi due sogni. 
Provò a muovere un arto. I muscoli contratti dalla paura reclamarono. Non riuscì ad allungare la gamba, nè a muovere un braccio. Era rannicchiata su se stessa, immobilizzata dalla paura. Che fosse un altro sogno, subito pensò Mia, terrorizzata. Si morse la lingua fino a sentire il sapore ferroso del sangue in bocca. Se era un sogno, era tremendamente reale. Forse troppo. Con un respiro, si costrinse a muoversi, e questa volta le gambe le risposero. Mentre scivolava fuori dal giaciglio di fortuna, si accorse di avere fame, e di avere le membra stanche. Aspettò che il suo corpo reagisse completamente prima di mettersi a cercare qualche bacca, o un frutto. La luna, nel cielo, brillava, mentre sotto il manto delle foglie del bosco, non filtrava quasi luce. Trovò, a poca distanza una pianta di lamponi maturi, e li mangiò tranquillamente. Aspettò che i crampi allo stomaco si fossero calmati, quindi fece ritorno al suo giaciglio, che la riparava dal vento. Si raccolse su se stessa e aspettò che fece giorno. 
Pensò a molte cose, in tutte quelle ore. E si trovò a vagare con la memoria a qualche anno prima. Quando, Rikkons le regalò un pugnale, dicendole che le sarebbe servito, prima o poi. Da allora, lo portava sempre con sè, in uno stivale, nascosto. Eppure, anche se continuava a sentire il suo contatto conto la caviglia, non si spiegava come mai, davanti alla creatura apparsa poco prima, era rimasta immobile. Pietrificata. Forse non sentì nessuna minaccia. Eppure qualcosa doveva essere, perchè altrimenti, non si capacitava del fatto che, a diciannove anni, nel fiore della sua bellezza, nessuno l’avesse ancora voluta.
Mia la Nera, la soprannominavano.
Perchè?
Perchè il nero doveva essere da sempre un colore che l’accompagnava, sin da bambina. E perchè, il telo di quella creatura che prima apparve, era bianco candido, lattiginoso, bellissimo e sembrava della più pura delle sete.
Ricordò un evento, che la fece venire a conoscenza di quel nomignolo che l’intero paese le aveva dato.
Era stato tre anni prima. Kelmaness non c’era, in casa. Era uscito, come di consueto a curare questo o quell’uomo in paese.
Mia, sapeva di essere semplicemente Mia, all’epoca.
Scendeva il sole, nella valle al fianco della casa di Kelm e a luce filtrava all’interno delle finestre, scaldando Mia, che si faceva vestire da questo raggio caldo. Fino all’ultimo abbraccio di sole si godette. Poi, come sempre, aveva iniziato a preparare la cena per lei ed il vecchio padre adottivo.
Di schianto s’aprì la porta, e si ritrovò carponi, con una mano che l’afferrava per l’abito leggero e bianco. La tenne voltata, e la spinse contro il muro di casa. Picchiò la spalla e la testa contro la roccia. Sputò fuori l’aria in un urlo afono. L’uomo le fu addosso. La mano le scivolò a palpare un seno. Senza rendersi conto di nulla, Mia si trovò nuda. Addossata alla parete. E perse conoscenza. Si ridestò quando il maestro Kelmaness la scuoteva dolcemente per la spalla e le metteva una coperta di lana addosso. 
Mia si coprì istintivamente e si mise a sedere. Una fitta le percorse la testa, ed un’esplosione di argenteo dolore le attraversò la spalla. Si guardò attorno, quello che vide la sconvolse più dell’esperienza appena avuta. Un uomo giaceva a terra, privo di vita. Ma la cosa che più la sconvolse era la ferocia con cui era stato martoriato. Il suo viso, non c’era più. Le costole apparivano visibili dalla blusa che portava. Una gamba era stata scorticata, e l’altra era piegata malamente. Mia si sentì osservata. Oltre agli occhi buoni del maestro, c’era l’intero villaggio alla pota della casa. Una donna si sengò con tre dita. Un’altra dette di stomaco. Una venne meno. Gli uomini, invece, la guardavano, con un misto di desiderio e repulsione. Si rannicchiò più che potè Mia, e si coprì con la coperta di lana cruda.
Una sola donna, vedendo la giubba, si mise ad urlare ed a indicarla. L’aveva ucciso, diceva. 
Fu solo grazie al vecchio Kelmaness, che giurò e spergiurò di aver trovato la ragazza priva di conoscenza accanto all’uomo, che non fu accusata di quel crimine, ma si diede la colpa a qualche fiera.
Mia, intanto, guardava tutti quanti con occhi spaventanti.
Da allora, per tutto il villaggio divenne “Mia la Nera”.
Ora, come allora, non capiva il motivo di quella sua natura. Non aveva più nessuno cui rivolgere domande, ed il primo raggio di sole, si fece largo tra le vallate ed i tronchi degli alberi.
Alla luce del sole, il Nero spariva, con esso, anche il terrore che attanagliava Mia.
Si alzò e raccolse i suoi effetti personali, quindi si rimise in viaggio, verso il sacrificio…. 

Non aveva più sognato, si rese conto d’improvviso Mia.Non più da quella volta, in cui si era recata al bosco dei cento occhi per pregare. Eppure, aveva dormito, ma senza che un solo sogno le andasse a disturbare il sonno, placido e tranquillo. Ricordava ancora il freddo della lama che penetrava in lei. Le ossa che si rompevano, il cuore che batteva e attraverso la lama percepiva i battiti, fino a quando non si fosse trafitta completamente. Ricordava ancora il senso di pace, tranquillità che aveva provato. E ricordava il vecchio Kel che la scuoteva dolcemente per portarla alla vita. Ricordava di lei, nuda, con due ali d’angelo sulla schiena.“Mi racconterai tutto” le aveva detto il vecchio. Eppure, ogni volta che lei andava sull’argomento, Kelmaness trovava una scusa o l’altra per cambiare velocemente argomento. Perchè?Che cosa nascondeva, ancora una volta il suo passato? Che cosa? Perchè tutti l’amavano con la riserva del terrore della sventura. Perchè nessuno le si avvicinava con fare disinteressato, a parte i più piccoli? Non sapeva, e dire che l’aveva sempre domandato, ma non riusciva a capirne il motivo. E più ci provava, più non capiva, ed allora si alzava e mandava tutto quanto lontano da lei, mettendosi sistematicamente a fare dell’altro che non le permettesse di pensare.Sotto i piedi sentiva il terreno che via via s’inerpicava leggermente facendo una dolce curva verso destra. Seguiva la via, che conosceva, fino al bosco dove tante, troppe volte era andata a pregare. E dove mai, purtroppo, le erano state date risposte. Solo altre domande, che s’addensavano sempre più nella sua mente.Sentì un fruscio alla sua sinistra e si voltò in quella direzione. Non vide nulla, così continuò senza darci troppa importanza. Continuò fino a quando non fu al limitare del bosco. Si fermò, e si guardò indietro. Il villaggio, il suo villaggio, era solo un puntino, oramai, a valle. Rigoglioso, verde e giallo, con le case da tetti rossi ed il fumo bianco che usciva dai comignoli. Avrebbe voluto, una parte di lei, tornare indietro, tuffarsi nelle braccia di Kelmaness e dire che forse, era tutto un sogno e lei non era pronta. Eppure, un’altra parte, quella più dura, l’obbligò a prendere contatto con la realtà e smetterla di piangersi addosso. Realmente, non sapeva che cosa le sarebbe successo. Ed allora, non aveva senso, già adesso, tremare come una foglia. Certo, si parlava di sacrifici. Si parlava di Dei. Si parlava di luoghi ignoti. Ma erano solo parole. Nessuno sapeva nulla di tutto ciò. Solo dicerie, leggende e vecchi scritti, che non erano più confutabili. Vide un falco levarsi da una casa e lo osservò scomparire in una nube. L’invidiò. Lui poteva volare, e volare voleva dire andare veloce. E lei, non voleva frapporre troppi giorni tra lei ed il suo cammino. Già troppe erano state le pause e le tentazioni per tentennare nuovamente. Così, si voltò e decise di muovere un passo nel bosco.Si trovò subito in una penombra fresca e profumata. Sotto i suoi piedi, adesso, sentiva un tappeto di aghi di pino, che non le facevano emettere il minimo rumore. Si mosse in direzione nord. Ma non sapeva quanto ci sarebbe voluto. E soprattutto, non sapeva quanto avrebbe retto quella marcia forsennata. Era stanca, per quanto le sue gambe erano giovani e piene di vita. Vide placidamente il sole disegnare un’arco attraverso l’ombra che si allungava. Poi lo vide entrare gagliardo, forte e deciso tra gli alberi. Fino a quando non s’eclissò silenzioso lasciandola in un’oscurità mitigata solo dalla luna piena. A quel punto, Mia, era esausta.Si guardò attorno. Era davvero un posto magico, quel bosco. Tutto sembrava silente, addormentato. Si avvicinò ad un tronco di un albero alto svariati piedi e largo quanto una piccola capanna, di quando da bambina giocava assieme agli altri bambini del villaggio. Vi girò attorno e l’albero dopo, era ancora più grande. Ancora più imponente. Lo toccò piano. La sua corteccia era calda. continuò la ricerca, fino a quando non s’imbattè in un albero annerito da un fulmine, ma che le garantiva un riparo naturale al suo interno. Si guardò attorno, e poi si mise carponi, spiando all’interno. Sperava che non ci fosse nessun altro ospite, e così fu infatti. Era vuoto. Rallegrandosi, si mise a raccogliere degli aghi di pino e sistemò il suo giaciglio di fortuna. Ci stava comoda dentro. E si mise a mangiucchiare del formaggio addolcito al miele e pane morbido. Presto, il cibo, sarebbe stato un altro dei suoi problemi. Ma non ci pensò adesso. Si ficcò in bocca un altro tocco di pane e formaggio. Bevve un sorso di acqua dalla bisaccia che portava al fianco e si mise accoccolata su se stessa, chiudendo gli occhi.Non aveva più sognato, ed era sicura che non avrebbe sognato nemmeno quella sera. Era tranquilla, per la decisione presa. Sentì un tiepido raggio di sole, baciarle la guancia. Si destò e si portò fuori dal rifugio dove era stata bene per la notte. Stiracchiandosi si accorse di avere fame e così cercando attorno al bosco trovò delle bacche e delle mele. Ne mangiò alcune ed altre le raccolse per il viaggio.Si rimise subito in cammino, non aveva intenzione di sprecare altro tempo. Così s’affrettò per il sentiero. Sentì nuovamente un fruscio alla sua sinistra. Questa volta vide una macchia bianca muoversi. D’istinto si nascose contro un albero. Il cuore che le martellava nel petto. La sentì ancora e poi più vicino a lei, questa volta a destra. Si voltò e vide la stessa macchia di prima che si spostava. Decise di tentare a chiamarla, ma la sua voce le venne strozzata in gola dal terrore, quando vide che la macchia avanzava senza toccare terra. Si fece cogliere dal terrore e iniziò a correre più forte che le sue gambe le consentivano, ma la macchia bianca la seguiva. Senza fatica. Senza alcun rumore, solo quando si fermava, quell’assurdo cencio emetteva un fruscio. Corse disperatamente, Mia, con la mani protese davanti a sè. Senza curarsi dei rami che le frustavano il viso e le cosce, lasciandole sulle gambe rivoli viola e sul viso solchi profondi. Ansimando si gettò a capofitto verso la sua sinistra, dove c’era un pendio. Sempre senza fatica, la macchia la seguiva. Non faceva distinzione. Sole e Ombra, lei continuava a rincorrerla. A seguirla. A farle paura. Mise un piede in fallo, Mia, e ruzzolò a terra assieme alle mele, schiacciando il pane, pestando le bacche e perdendo l’acqua dalla bisaccia. Solo allora s’accorse che tremava da capo a piedi e si costrinse a voltarsi e continuare a correre. Non si fermò neppure quando vide un dislivello, sicura che sarebbe riuscita a controllare il cambio di pendenza. Non sapeva nulla del terreno. Così cadde nuovamente, e questa volta si trovò a rotolare lungo un dorso della montagna. Fino ad un burrone. Riuscì ad afferrarsi ad un ramo sporgente. E guardò in alto. La macchia, sopra di lei, era immobile. Lentamente le si avvicinò ed uscì un piede nudo, di donna. Calpestò la sua mano, fino farle perdere la presa. Mia cadde per diversi centinaia di metri, e quando sfracellò al suolo, si svegliò di soprassalto nel suo giaciglio di fortuna incavato nell’albero distrutto dal fulmine. Ma forse, quello che vide, le piacque ancora meno. Davanti a lei, stava una donna, avvolta in un mantello di seta bianco, che rifletteva alla luce della luna. Le si vedeva solo il naso e la bocca, del viso. Il resto era coperto da un cappuccio di fortuna. Vide un braccio. Le accarezzò piano il viso, quindi si voltò, mettendosi in piedi e Mia vide con terrore che erano cosce ricoperte di rivoli viola. Istintivamente si toccò le sue. Erano lisce. Calde e morbide come sempre. Un rivolo di sangue scivolava sulla gambe destra della donna davanti a lei. Di schiena era alta quanto Mia. Aveva la stessa corporatura. Stesse proporzioni.“Ehi, aspetta!” Fu in grado di articolare Mia.Troppo tardi. La donna si voltò, accennò ad un sorriso con le sue labbra carnose e sparì senza lasciare traccia, lasciando dietro di sè un bisbiglio, come di seta che cade a terra e gettando Mia, ancora una volta, nel terrore.

Non aveva più sognato, si rese conto d’improvviso Mia.
Non più da quella volta, in cui si era recata al bosco dei cento occhi per pregare. Eppure, aveva dormito, ma senza che un solo sogno le andasse a disturbare il sonno, placido e tranquillo. 
Ricordava ancora il freddo della lama che penetrava in lei. Le ossa che si rompevano, il cuore che batteva e attraverso la lama percepiva i battiti, fino a quando non si fosse trafitta completamente. Ricordava ancora il senso di pace, tranquillità che aveva provato. E ricordava il vecchio Kel che la scuoteva dolcemente per portarla alla vita. Ricordava di lei, nuda, con due ali d’angelo sulla schiena.
“Mi racconterai tutto” le aveva detto il vecchio. Eppure, ogni volta che lei andava sull’argomento, Kelmaness trovava una scusa o l’altra per cambiare velocemente argomento.
Perchè?
Che cosa nascondeva, ancora una volta il suo passato? Che cosa? Perchè tutti l’amavano con la riserva del terrore della sventura. Perchè nessuno le si avvicinava con fare disinteressato, a parte i più piccoli? Non sapeva, e dire che l’aveva sempre domandato, ma non riusciva a capirne il motivo. E più ci provava, più non capiva, ed allora si alzava e mandava tutto quanto lontano da lei, mettendosi sistematicamente a fare dell’altro che non le permettesse di pensare.
Sotto i piedi sentiva il terreno che via via s’inerpicava leggermente facendo una dolce curva verso destra. Seguiva la via, che conosceva, fino al bosco dove tante, troppe volte era andata a pregare. E dove mai, purtroppo, le erano state date risposte. Solo altre domande, che s’addensavano sempre più nella sua mente.
Sentì un fruscio alla sua sinistra e si voltò in quella direzione. Non vide nulla, così continuò senza darci troppa importanza. 
Continuò fino a quando non fu al limitare del bosco. Si fermò, e si guardò indietro. Il villaggio, il suo villaggio, era solo un puntino, oramai, a valle. Rigoglioso, verde e giallo, con le case da tetti rossi ed il fumo bianco che usciva dai comignoli. Avrebbe voluto, una parte di lei, tornare indietro, tuffarsi nelle braccia di Kelmaness e dire che forse, era tutto un sogno e lei non era pronta. Eppure, un’altra parte, quella più dura, l’obbligò a prendere contatto con la realtà e smetterla di piangersi addosso. Realmente, non sapeva che cosa le sarebbe successo. Ed allora, non aveva senso, già adesso, tremare come una foglia. Certo, si parlava di sacrifici. Si parlava di Dei. Si parlava di luoghi ignoti. Ma erano solo parole. Nessuno sapeva nulla di tutto ciò. Solo dicerie, leggende e vecchi scritti, che non erano più confutabili. 
Vide un falco levarsi da una casa e lo osservò scomparire in una nube. L’invidiò. Lui poteva volare, e volare voleva dire andare veloce. E lei, non voleva frapporre troppi giorni tra lei ed il suo cammino. Già troppe erano state le pause e le tentazioni per tentennare nuovamente. Così, si voltò e decise di muovere un passo nel bosco.
Si trovò subito in una penombra fresca e profumata. Sotto i suoi piedi, adesso, sentiva un tappeto di aghi di pino, che non le facevano emettere il minimo rumore. Si mosse in direzione nord. Ma non sapeva quanto ci sarebbe voluto. E soprattutto, non sapeva quanto avrebbe retto quella marcia forsennata. Era stanca, per quanto le sue gambe erano giovani e piene di vita. Vide placidamente il sole disegnare un’arco attraverso l’ombra che si allungava. Poi lo vide entrare gagliardo, forte e deciso tra gli alberi. Fino a quando non s’eclissò silenzioso lasciandola in un’oscurità mitigata solo dalla luna piena. A quel punto, Mia, era esausta.
Si guardò attorno. Era davvero un posto magico, quel bosco. Tutto sembrava silente, addormentato. Si avvicinò ad un tronco di un albero alto svariati piedi e largo quanto una piccola capanna, di quando da bambina giocava assieme agli altri bambini del villaggio. Vi girò attorno e l’albero dopo, era ancora più grande. Ancora più imponente. Lo toccò piano. La sua corteccia era calda. continuò la ricerca, fino a quando non s’imbattè in un albero annerito da un fulmine, ma che le garantiva un riparo naturale al suo interno. Si guardò attorno, e poi si mise carponi, spiando all’interno. Sperava che non ci fosse nessun altro ospite, e così fu infatti. Era vuoto. Rallegrandosi, si mise a raccogliere degli aghi di pino e sistemò il suo giaciglio di fortuna. Ci stava comoda dentro. E si mise a mangiucchiare del formaggio addolcito al miele e pane morbido. Presto, il cibo, sarebbe stato un altro dei suoi problemi. Ma non ci pensò adesso. Si ficcò in bocca un altro tocco di pane e formaggio. Bevve un sorso di acqua dalla bisaccia che portava al fianco e si mise accoccolata su se stessa, chiudendo gli occhi.
Non aveva più sognato, ed era sicura che non avrebbe sognato nemmeno quella sera. Era tranquilla, per la decisione presa.
Sentì un tiepido raggio di sole, baciarle la guancia. Si destò e si portò fuori dal rifugio dove era stata bene per la notte. Stiracchiandosi si accorse di avere fame e così cercando attorno al bosco trovò delle bacche e delle mele. Ne mangiò alcune ed altre le raccolse per il viaggio.
Si rimise subito in cammino, non aveva intenzione di sprecare altro tempo. Così s’affrettò per il sentiero. Sentì nuovamente un fruscio alla sua sinistra. Questa volta vide una macchia bianca muoversi. D’istinto si nascose contro un albero. Il cuore che le martellava nel petto. La sentì ancora e poi più vicino a lei, questa volta a destra. Si voltò e vide la stessa macchia di prima che si spostava. Decise di tentare a chiamarla, ma la sua voce le venne strozzata in gola dal terrore, quando vide che la macchia avanzava senza toccare terra. 
Si fece cogliere dal terrore e iniziò a correre più forte che le sue gambe le consentivano, ma la macchia bianca la seguiva. Senza fatica. Senza alcun rumore, solo quando si fermava, quell’assurdo cencio emetteva un fruscio.
Corse disperatamente, Mia, con la mani protese davanti a sè. Senza curarsi dei rami che le frustavano il viso e le cosce, lasciandole sulle gambe rivoli viola e sul viso solchi profondi.
Ansimando si gettò a capofitto verso la sua sinistra, dove c’era un pendio. Sempre senza fatica, la macchia la seguiva. Non faceva distinzione. Sole e Ombra, lei continuava a rincorrerla. A seguirla. A farle paura. Mise un piede in fallo, Mia, e ruzzolò a terra assieme alle mele, schiacciando il pane, pestando le bacche e perdendo l’acqua dalla bisaccia. Solo allora s’accorse che tremava da capo a piedi e si costrinse a voltarsi e continuare a correre. Non si fermò neppure quando vide un dislivello, sicura che sarebbe riuscita a controllare il cambio di pendenza. Non sapeva nulla del terreno. Così cadde nuovamente, e questa volta si trovò a rotolare lungo un dorso della montagna. Fino ad un burrone. Riuscì ad afferrarsi ad un ramo sporgente. E guardò in alto. La macchia, sopra di lei, era immobile. Lentamente le si avvicinò ed uscì un piede nudo, di donna. Calpestò la sua mano, fino farle perdere la presa. 
Mia cadde per diversi centinaia di metri, e quando sfracellò al suolo, si svegliò di soprassalto nel suo giaciglio di fortuna incavato nell’albero distrutto dal fulmine. Ma forse, quello che vide, le piacque ancora meno. Davanti a lei, stava una donna, avvolta in un mantello di seta bianco, che rifletteva alla luce della luna. Le si vedeva solo il naso e la bocca, del viso. Il resto era coperto da un cappuccio di fortuna. Vide un braccio. Le accarezzò piano il viso, quindi si voltò, mettendosi in piedi e Mia vide con terrore che erano cosce ricoperte di rivoli viola. Istintivamente si toccò le sue. Erano lisce. Calde e morbide come sempre. Un rivolo di sangue scivolava sulla gambe destra della donna davanti a lei. Di schiena era alta quanto Mia. Aveva la stessa corporatura. Stesse proporzioni.
“Ehi, aspetta!” Fu in grado di articolare Mia.
Troppo tardi. La donna si voltò, accennò ad un sorriso con le sue labbra carnose e sparì senza lasciare traccia, lasciando dietro di sè un bisbiglio, come di seta che cade a terra e gettando Mia, ancora una volta, nel terrore.

L’Amore non ha colore.
L’Amore non ha sapore.
L’Amore non ha odore.
L’Amore non ha valore.
Un gesto, piccolo o grande che sia, non ha assolutamente un valore pecuniario, se fatto proprio in nome di quell’Amore, che fa smuovere le montagne, attraversare mari, lottare assieme, sorridere e piangere. 
E c’è moto più Amore in una foto scattata per gioco, con il cellulare o con la fotocamera del Mac, che in un’intera masnada di persone che non dimostrano nulla.
Hanno voluto tutto, da te, Amore mio. Tutto. E stavano per toglierti la dignità. Ricoprirti di ridicolo. Umiliarti. 
Ed io mi domando, mi chiedo, mi massacro con l’idea, con il pensiero, con un tarlo che continua a rodere, a dar fastidio, a farmi sanguinare, se, effettivamente, l’Amore, abbia bisogno di ricevute o pezze giustificative, conservate per anni, da chi dovrebbe essere giusto, equo e generoso…
Non lo so, piccola mia, ma di sicuro, non nel mio modo di vedere le cose. Nel modo in cui Amo, e nel modo in cui Amore è uguale a Donare, e non c’è nulla di più bello e appagante che Donare aiuto e non solo, senza che chi riceva debba chiedere nulla o debba sentirsi in debito, o a disagio da una richiesta.
Ricordi? Ti dissi che ti avrei detto sempre sì, fino a che, non avresti più avuto nulla da chiedermi, e fino a che non fossi stata completamente appagata, completa.
Amore mio, sì. Ti amo.
Amore mio, sì. Ti ho amato.
Amore mio, sì. Ti amerò.
Amore mio, sì. Ti sposerò.
Amore mio, sì. Faremo i fotografi.
Amore mio, sì. Sono felice con te.
Amore mio, sì. Sei l’unica Donna che mi faccia battere il cuore.
Amore mio, sì. Fare l’Amore con te è la cosa più bella di questo mondo.
Amore mio, sì. Essere il tuo fidanzato mi riempie d’orgoglio.
Amore mio, sì. Avremo una famiglia.
Amore mio, sì. Mi piace quello che cucini.
Amore mio, sì. Sei il mio sogno d’Amore divenuto realtà.
Amore mio, sì. Ci sarò nei momenti bui.
Amore mio, sì. Ci sarò nei momenti felici.
Amore mio, sì. Sono fiero di te.
Amore mio, sì. Avremo dei figli.
Amore mio, sì. Saremo migliori.
Amore mio, sì. Ti amo.
Amore mio, sì. Ti dono il mio cuore.
Amore mio, sì. Ti dono la mia vita.
Amore mio, sì. Ti dono tutto me stesso.
Amore mio, sì. Ti dono la ricchezza più grande che possiedo: la sincerità.
Amore mio, sì. Ti guardo e ti vedo bellissima.
Amore mio, sì. Ti guardo e mi scoppia il cuore di gioia.
Amore mio, sì. Ti guardo e mi emoziono.
Amore mio, sì. Mi piaci.
Amore mio, sì. Mi ecciti.
Amore mio, sì. Mi diverti.
Amore mio, sì. Mi completi.
Amore mio, sì. Mi fai vivere.
Amore mio, sì. Sì. Sì e ancora sì. Le nostre mani staranno unite per sempre…

L’Amore non ha colore.

L’Amore non ha sapore.

L’Amore non ha odore.

L’Amore non ha valore.

Un gesto, piccolo o grande che sia, non ha assolutamente un valore pecuniario, se fatto proprio in nome di quell’Amore, che fa smuovere le montagne, attraversare mari, lottare assieme, sorridere e piangere. 

E c’è moto più Amore in una foto scattata per gioco, con il cellulare o con la fotocamera del Mac, che in un’intera masnada di persone che non dimostrano nulla.

Hanno voluto tutto, da te, Amore mio. Tutto. E stavano per toglierti la dignità. Ricoprirti di ridicolo. Umiliarti. 

Ed io mi domando, mi chiedo, mi massacro con l’idea, con il pensiero, con un tarlo che continua a rodere, a dar fastidio, a farmi sanguinare, se, effettivamente, l’Amore, abbia bisogno di ricevute o pezze giustificative, conservate per anni, da chi dovrebbe essere giusto, equo e generoso…

Non lo so, piccola mia, ma di sicuro, non nel mio modo di vedere le cose. Nel modo in cui Amo, e nel modo in cui Amore è uguale a Donare, e non c’è nulla di più bello e appagante che Donare aiuto e non solo, senza che chi riceva debba chiedere nulla o debba sentirsi in debito, o a disagio da una richiesta.

Ricordi? Ti dissi che ti avrei detto sempre sì, fino a che, non avresti più avuto nulla da chiedermi, e fino a che non fossi stata completamente appagata, completa.

Amore mio, sì. Ti amo.

Amore mio, sì. Ti ho amato.

Amore mio, sì. Ti amerò.

Amore mio, sì. Ti sposerò.

Amore mio, sì. Faremo i fotografi.

Amore mio, sì. Sono felice con te.

Amore mio, sì. Sei l’unica Donna che mi faccia battere il cuore.

Amore mio, sì. Fare l’Amore con te è la cosa più bella di questo mondo.

Amore mio, sì. Essere il tuo fidanzato mi riempie d’orgoglio.

Amore mio, sì. Avremo una famiglia.

Amore mio, sì. Mi piace quello che cucini.

Amore mio, sì. Sei il mio sogno d’Amore divenuto realtà.

Amore mio, sì. Ci sarò nei momenti bui.

Amore mio, sì. Ci sarò nei momenti felici.

Amore mio, sì. Sono fiero di te.

Amore mio, sì. Avremo dei figli.

Amore mio, sì. Saremo migliori.

Amore mio, sì. Ti amo.

Amore mio, sì. Ti dono il mio cuore.

Amore mio, sì. Ti dono la mia vita.

Amore mio, sì. Ti dono tutto me stesso.

Amore mio, sì. Ti dono la ricchezza più grande che possiedo: la sincerità.

Amore mio, sì. Ti guardo e ti vedo bellissima.

Amore mio, sì. Ti guardo e mi scoppia il cuore di gioia.

Amore mio, sì. Ti guardo e mi emoziono.

Amore mio, sì. Mi piaci.

Amore mio, sì. Mi ecciti.

Amore mio, sì. Mi diverti.

Amore mio, sì. Mi completi.

Amore mio, sì. Mi fai vivere.

Amore mio, sì. Sì. Sì e ancora sì. Le nostre mani staranno unite per sempre…